Vibe coding e AI: prototipare più velocemente le esperienze interattive
L’AI generativa e il vibe coding stanno riducendo drasticamente la distanza tra un’idea e un prototipo funzionante. Per advergame, installazioni digitali, interazioni per stand e punti vendita, questa velocità non sostituisce la direzione creativa: la rende ancora più importante. Quando sviluppo, testing e iterazione diventano più rapidi, ciò che fa davvero la differenza è la qualità della visione.

Per molto tempo, progettare un’esperienza interattiva significava accettare una certa distanza tra l’idea iniziale e la possibilità di provarla davvero.
Un concept poteva sembrare efficace su una presentazione, in uno storyboard o in un prototipo statico, ma per capire se l’interazione funzionasse realmente servivano sviluppo, tempo, budget e spesso il coinvolgimento di diverse figure tecniche.
Oggi questa distanza si sta riducendo.
L’AI generativa, gli assistenti di programmazione e quello che viene sempre più spesso definito vibe coding permettono di trasformare rapidamente un’intuizione in qualcosa che si può aprire, toccare, giocare e testare.
Per chi lavora nella Creative Direction, nel Design e nella Creative Technology, questo cambiamento è particolarmente interessante. Non perché improvvisamente ogni creativo debba diventare uno sviluppatore, ma perché diventa possibile entrare molto prima nella dimensione reale dell’esperienza.
Un advergame, per esempio, non è soltanto un’idea di gioco accompagnata da una grafica. È ritmo, risposta ai comandi, difficoltà, feedback, durata, leggibilità dell’interfaccia e relazione tra la dinamica ludica e il brand.
Molti di questi aspetti sono difficili da giudicare finché il gioco non esiste almeno in una forma embrionale.
Lo stesso vale per un’interazione progettata per uno stand fieristico, un touchscreen in un punto vendita, una digital installation o un’esperienza destinata a uno schermo fisico. La distanza da cui viene utilizzata, il tempo che una persona impiega a comprenderla, la dimensione degli elementi, il comportamento delle animazioni e la semplicità del gesto richiesto diventano evidenti soprattutto quando possiamo provarli.
È qui che la rapidità di prototipazione diventa uno strumento creativo.
Dal mockup all’esperienza funzionante
Con un AI Workflow ben costruito, oggi è possibile realizzare in poco tempo una prima versione di molte interazioni digitali: piccoli giochi web, quiz, configuratori, interfacce narrative, esperienze generative, sistemi touch, visualizzazioni interattive o prototipi destinati a installazioni fisiche.
Non devono necessariamente essere prodotti definitivi.
Il loro valore iniziale è soprattutto quello di rendere verificabile un’idea.
Un bottone è abbastanza evidente? Un’interazione è intuitiva senza spiegazioni? La persona capisce immediatamente cosa deve fare? Il gioco diventa interessante dopo dieci secondi o perde subito attenzione? L’animazione rafforza il feedback oppure rallenta l’esperienza?
Domande apparentemente semplici che, in un processo tradizionale, rischiano di emergere molto tardi.
La combinazione tra Artificial Intelligence e sviluppo rapido permette invece di creare una sequenza continua:
idea, prototipo, prova, errore, modifica, nuova prova.
Il testing smette così di essere soltanto una fase finale e diventa parte della progettazione.
Il vibe coding come materiale creativo
Il termine vibe coding viene spesso raccontato come la possibilità di programmare descrivendo a un sistema AI ciò che vogliamo ottenere.
È una definizione utile, ma secondo me non è la parte più interessante.
Il cambiamento più importante è che il codice può diventare, almeno nelle prime fasi, un materiale creativo molto più accessibile.
Come un designer modifica rapidamente una composizione o un art director prova diverse direzioni visive, oggi è possibile esplorare variazioni di un comportamento digitale senza dover necessariamente progettare tutto a livello astratto prima di vederlo funzionare.
Si può cambiare una regola.
Provare un’altra fisica.
Ridurre il tempo di una transizione.
Aggiungere una meccanica.
Cambiare completamente il modo in cui l’utente interagisce.
E soprattutto si può vedere immediatamente che cosa succede.
Questa possibilità cambia il Creative Workflow perché rende l’interazione stessa parte dello sketching.
Non si disegna più soltanto l’interfaccia dell’esperienza. Si può iniziare a disegnarne direttamente il comportamento.
Più velocità richiede più direzione
C’è però un paradosso interessante.
Più diventa semplice produrre prototipi, più diventa importante sapere cosa vale la pena prototipare.
L’AI può generare codice, proporre soluzioni, correggere errori e accelerare una quantità enorme di operazioni. Ma la facilità tecnica non produce automaticamente una buona esperienza.
Un advergame tecnicamente funzionante può essere completamente dimenticabile.
Un touchscreen può avere animazioni perfette e risultare comunque inutilmente complicato.
Un’installazione interattiva può essere tecnologicamente sofisticata ma non avere alcuna relazione significativa con il contesto, il pubblico o l’identità del brand.
È qui che Creative Direction e Art Direction tornano al centro.
La differenza non è soltanto nella capacità di far funzionare qualcosa, ma nel decidere perché deve esistere, quale sensazione deve produrre, quale linguaggio visivo deve avere e quale tipo di comportamento vogliamo generare nelle persone.
La tecnologia aumenta le possibilità. La direzione creativa seleziona quelle che hanno senso.
Prototipare significa anche pensare meglio
Uno degli aspetti che trovo più interessanti dell’utilizzo della Generative AI nei processi creativi è proprio questo: poter verificare le intuizioni molto prima.
Non tutte sopravvivono al prototipo.
Ed è positivo.
Un’idea che sembrava brillante può risultare macchinosa appena diventa interattiva. Una soluzione considerata secondaria può invece rivelarsi sorprendentemente efficace quando viene provata.
La prototipazione rapida riduce il costo dell’errore e aumenta quindi la possibilità di sperimentare.
Significa poter creare tre versioni invece di difenderne una sola.
Significa confrontare meccaniche differenti.
Significa coinvolgere prima il cliente, il team o gli utenti in una conversazione basata su qualcosa di concreto.
Per il mondo dell’Advertising questo può essere particolarmente utile. Le esperienze digitali legate ai brand vivono spesso in contesti in cui l’attenzione è brevissima: eventi, retail, campagne, activation, social experience e spazi pubblici.
Capire rapidamente cosa riesce davvero a catturare quella attenzione è un vantaggio progettuale significativo.
Dal concept alla prova, senza perdere la visione
Non credo che il valore dell’AI applicata allo sviluppo creativo sia semplicemente “fare le cose più velocemente”.
La velocità, da sola, è poco interessante.
Il vero valore emerge quando quella velocità viene utilizzata per esplorare meglio.
Per fare più tentativi.
Per scartare prima ciò che non funziona.
Per trasformare una conversazione astratta in un’esperienza che può essere provata.
E per lasciare più spazio alla parte che resta difficilmente automatizzabile: costruire una visione coerente.
Man mano che gli strumenti di Creative Technology diventano più accessibili, la capacità tecnica smette progressivamente di essere l’unico collo di bottiglia.
Diventano più importanti il gusto, la cultura visiva, la capacità di costruire sistemi, la comprensione delle persone e soprattutto la capacità di scegliere.
Per questo vedo AI e vibe coding non tanto come scorciatoie verso lo sviluppo, ma come nuovi strumenti per la direzione creativa.
Permettono di avvicinare pensiero e realizzazione.
Di passare più rapidamente da “potrebbe funzionare” a “proviamo”.
Ed è proprio in quello spazio, tra prototipazione rapida e visione personale, che possono nascere le esperienze interattive più interessanti.
FZ Journal - Exploring Creativity in the Age of AI.






